Hotel Africa

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Dovremmo organizzare qualcosa da fare durante le vacanze natalizie, ma i soliti problemi mi rendono riluttante all’idea di partire. La moto si sente compressa nel tragitto casa ufficio, ed io con lei, cionondimeno non riesco a prendere alcuna iniziativa. Anzi, sono sul punto di rinunciare.

Una mattina, in un negozio di ricambi, scopro che il titolare ogni anno, dal 1985, va in Tunisia d’inverno con il suo GS. Mi mostra mappe e intinerari, mi presta una cartina su cui traccia i suoi percorsi abituali e mi parla delle piste nel deserto. Mordo il freno a sentirlo parlare, chiamo mia moglie  e, prima di tornare a casa, avevamo già i biglietti della nave.

 

Nelle 26 ore di traghetto che ci separano dalla costa africana, incontriamo solo due motociclisti: Michele, un omone siciliano salito a Palermo con la fidanzata minuta, che ci fa dono del suo adesivo, “un mare di pace tra Europa e Africa”, attaccato anche sulla sua KTM, e Claudio, che con un BMW R1200RT  viaggia solo. La moto e lui sembrano nuovi di pacca, ma in realtà e’ un viaggiatore consumato, meno organizzato di noi, che si muove con una fotocopia sbiadita di google maps e nessuna prenotazione. Lo ritroveremo più avanti.

 

Sbarchiamo a La Goullete, un porto a metà strada tra Tunisi e Sidi Bou Said, una incantevole città con le case bianche e blu affacciata sul mare, scelta come dimora da tantissimi artisti europei e tunisini. Qui le colline verdissime e il panorama mediterraneo ci fanno capire subito perché questo tratto di costa fu scelto dai Fenici in fuga da Tiro (oggi in Libano) per fondare Cartagine, sfuggendo alle smanie di Alessandro il macedone.  La leggenda vuole che la regina Elissa, poi conosciuta come Didone, scappò con uno stratagemma dal fratello, assassino del marito, con tutte le ricchezze di questi, facendogli credere di averle gettate in mare per non essere seguita. Sbarcando sulle coste del nordafrica, si incontrò con il re Larba, con il quale negoziò l’acquisto di tanta terra quanta poteva cingerne una pelle di bue. Per fare il cascamorto il re finse di acconsetire al trucco, sperando di avere ben altra ricompensa, ma la scaltra regina fece della pelle una sottile corda, arrivando a racchiudere la celebre collina, e mandò in bianco il re. L’amore si sa è cieco, come dice mia moglie lamentandosi del freddo, ma quello di Didone doveva aver anche sbattuto forte la testa. Dopo la tresca con Enea, che la aveva impalmata per bene prima di scappare, si uccide con la sua spada, gettandosi poi in una pira ardente. Il re, geloso del rivale, pregò Zeus di punirlo per aver preso il suo posto nel letto della sfortunata regina. E anche noi ne paghiamo le conseguenze.

A Tunisi, il padre degli dei riprende le ostilità contro la stirpe troiana, scaraventandoci addosso una violenta grandinata e una temperatura intorno ai 3°. Sono le 4 del pomeriggio, è buio e ci aspettano 250km di strade africane sotto un gelo raro per queste parti.

 

Le strade tunisine non sono molto diverse dalle nostre vie consolari all’ora di punta.  Le indicazione fortunatamente sono semplici, ma il buio non è di aiuto. Fuori dall’autostrada, il percorso prosegue su una via provinciale e, seguendo i cartelli, raggiungiamo la costa.

 

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Ci fermiamo a Mahdia, una  meravigliosa località balneare con un passato fenicio, ma con una storia burrascosa di lotte e occupazioni durate fino all’arrivo degli Ottomani, quando il commercio trovò la giusta stabilità per far rifiorire il porto. Passando vicino alla grande moschea, ci raccontano che  durante la seconda guerra mondiale, in questa città furono nascosti dai Mussulmani numerosi Ebrei per sfuggire ai campi nazisti. Gli investimenti fatti la hanno trasformata in un centro turistico, valorizza ndo la sua meravigliosa spiaggia bianca, puntellata di ombrelloni. I prezzi modici la rendono una meta molto appetibile per gli Europei.

 Il tempo non migliora. Piove e il vento teso dura tutta la notte. La mattina dopo è il 31 dicembre. Nella tabella di marcia dobbiamo arrivare a Matmata, nel profondo sud, 400 km oltre le montagne. Non siamo molto attrezzati per il freddo e il morale è basso. Mi sento in colpa per aver promesso il caldo a mia moglie.

Il concierge dell’albergo risponde alla mia richiesta di indicazioni con una sequela di catastrofi che ci sarebbero capitate una volta partiti. A suo dire, ci sarebbero volute 20 ore per raggiungere la nostra destinazione, sempre se la polizia ci avesse fatto passare e se frane, allagamenti e valanghe non ci avessero travolto. Riesce a spaventarci. Chiediamo di poter rimanere in albergo. <<Non c’è posto>> è la risposta. Inutile perdersi in chiacchiere, sono le 10, ci mettiamo le antipioggia, prendiamo coraggio e partiamo.

Lasciamo Mahdia negli specchietti retrovisori, mentre il forte vento sta spazzando via le nuvole. Arriviamo a Matmata con il sole del primo pomeriggio.

 

Come in ogni viaggio, c’è sempre qualcuno che mette davanti a tutto problemi inesistenti. Per fortuna non c’era posto in albergo, altrimenti avremmo perso l’opportunità di sbugiardarlo! Il percorso è stato un po’ movimentato, ma la strada era semplice e le indicazioni chiare. Con l’aiuto del GPS e di un ragazzo in motorino troviamo facilmente il nostro nuovo albergo.

Non abbiamo più paura. Siamo in Africa, è capodanno  e non vediamo l’ora di festeggiare.

 The Author

La sabbia compattissima in cui i Berberi, ancora avvolti nel tipico burnus, scavano le loro case rende incredibilmente suggestive le curve tra le rocce. Per pochi dinari si lasciano fotografare, sono simpatici e accomodanti, e chiacchierarci con il nostro improbabile francese è piacevole.

 Questi nomadi del Maghreb sono stati respinti, scacciati, convertiti e assoggettati da tutti quelli che si sono avvicendati sulle sue coste. Fenici, Romani, Bizantini, Barbari, Arabi, Ottomani, Inglesi, Francesi, Italiani, insomma tutti. La cosa più lontana dalla mia immaginazione era quella di scoprire che, con i loro usi e costumi, sono vivi e vegeti e lottano per difendere la loro identità da un’economia che li opprime. A Matmata, capodanno é una festività molto sentita. Festeggiamo con un complessino che musica le tradizioni di questo popolo, raccontando le vicende amorose di spose e amanti. Il giorno dopo ci aspetta il deserto, siamo emozionati, siamo felici. Il nostro 2015 è iniziato così.

 

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Durante la festa, ci avvicina una guida vestita con una tunica bianca, il turbante e il mantello di lana. Secondo me anche con gli occhi truccati. E’ per metà tunisino e metà algerino, si chiama Ali. E’ belloccio e porta due turisti Italiani in Land Cruiser a spasso per il deserto, promettendo autentiche esperienze non turistiche. Ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto e si offre di portarci una tanica di benzina a Ksar Ghilene. Lo ringraziamo e decliniamo l’offerta, purtroppo. Lui parte alle 7 l’indomani. Possiamo seguirlo ci dice, ma ovviamente il sonno trionfa. Siamo contenti di trovare persone cortesi, che sapendoci in viaggio da soli si preoccupano per noi. Succederà la stessa cosa numerose volte nel corso del viaggio.

 

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Ksar Ghilane è la porta del Sahara. Si tratta di un’oasi che nasce intorno ad una sorgente con acqua a 25°, intorno alla quale sono presenti alcuni spacci di benzina, campeggi e un costosissimo hotel in cui è possibile pernottare in tende berbere appositamente attrezzate con qualche comodità. La mia unica preoccupazione è il rifornimento: con il pignone da 15 riesco ad avere 220 km di autonomia.

Il paesaggio è piatto e monotono. Alle montagne lentamente si sostituisce la sabbia interrotta da cespugli e qualche dromedario che li bruca. E’ frequente incontrare gruppi di motociclisti e buona norma fermarsi a prestare soccorso se sembrano in difficoltà. Troviamo due enduristi intenti a riparare una foratura a cui mettiamo a disposizione i nostri attrezzi. Più tardi, sarà una signora con l’Africa Twin, inseme alla figlia su un DR350, ad aiutare noi a riattaccare il bauletto al suo supporto con le fascette da elettricista. L’asfalto è buono, ma spesso è necessario rallentare perché la sabbia invade la strada. Il nostro GPS perde la vita su una delle tante buche, condannandoci a tornare alla cartina.  Per il momento la strada è una sola e non c’è motivo di preoccuparsi.

 Ksar Ghilane è molto diversa da come la si possa immaginare. Intorno a questa piccola pozza di acqua calda vive un’ecosistema simile ad un luna park: campeggi, enormi fuoristrada, quad in affitto, enduristi da tutte le parti. Un vero parco giochi per quanti amano l’offroad. Tantissimi gli Italiani presenti, molti dei quali passano settimane accampati qui pur di poter ruzzolare tutto il giorno tra le dune del deserto. Mangiamo dove capita e ci affacciamo sulla pista del forte che poi conduce a Douz. La sabbia delle piste scorre bene sotto i tasselli della moto, anche se con passeggero e valige si fatica un po’ a stare in equilibrio e ci si infila nelle dune piuttosto che risalirle. Diciamo che mollare entrambi nel deserto per andare a giocare non era un’alternativa possibile per il momento. Credo che questo mia pensiero sia stato in qualche modo percepito.

 

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Il cielo si copre, il sole cala e il serbatoio della benzina a metà ci dice di iniziare a preoccuparci del ritorno. Grazie al passaparola tra motociclisti riusciamo a comprare un po’ di benzina nel retrobottega di un noleggio, dal momento che il benzinaio, reduce dal capodanno, aveva chiuso la sua baracca con un “tutto esaurito”. Voltiamo le spalle al deserto e facciamo rotta verso Douz.

 

La guida che ho portato con me è un vecchio cimelio degli anni 70, in cui Douz è descritta come una sperduta oasi nel deserto, senza strade asfaltate, percorribile solo con cammelli o mezzi fuoristrada.

Arrivamo in questa città, che oggi ha un quartiere intero allestito ad alberghi turistici, dove incontriamo Claudio, il bmwista del traghetto che ci racconta il suo rocambolesco capodanno al secondo piano di un negozio di calzature.

Douz, negli anni ’70, era famosa per il suo mercato frequentato da giovani Touareg che vi arrivavano in cammello, ed era possibile fare il bagno in alcuni stabilimenti balneari oggi scomparsi. Inutile dire che la moglie e il Claudio, confrontando la realtà con quanto sopra, gettano via la mia preziosa guida.

 

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Un Tunisino in un bar ci spiega che i governi di Bourguiba e poi di Ben Ali hanno portato sviluppo e progresso in queste regioni. Strade, acquedotti, ospedali hanno trasformato gli accampamenti nomadi di un tempo in centri turistici. L’economia di queste oasi era principalmente basata sulle palme da dattero, coltivate grazie al prezioso mestiere degli “impalmatori”, coloro cioè, che fecondano le palme femmine con il polline delle palme maschio. L’acqua necessaria a irrigare queste piantagioni è in parte sottratta ai pozzi artesiani dalle strutture turistiche, riducendo notevolmente il terreno fertile.

 Quest’area raccoglie l’acqua di molte sorgenti limitrofe, ma la mancanza di sbocchi sul mare ha portato l’acqua a diventare prima salmastra e poi salata, lasciando sul terreno una depressione grande oltre 5000km2 chiamata Chott El Jerid. Quello che si vede oggi è una distesa senza soluzioni di continuità su cui il bianco incontra il cielo solo all’orizzonte.

Moto come astronavi e vestiti come tute spaziali portano noi e Claudio in mezzo a questo paesaggio lunare dove è impossibile orientarsi. A 2 km dalla strada scorgiamo la carcassa del celebre pullman abbandonato. Non ha molto senso fargli visita, ma esercita un’attrazione indescrivibile e la foto di rito è d’obbligo.

 

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Raggiungiamo Touzer, dove ci fermiamo per un tè, sotto un porticato ricamato da mattoni che disegnano motivi geometrici e floreali lungo le pareti dei negozi e delle porte.

Da Touzer una tappa obbligatoria è Ong Jmel. Si tratta in realtà di un set cinematografico, il celebre porto stellare di Tatooine utilizzato da George Lucas per i suoi Star Wars, situato ai confini con il più piccolo Chott el Garsa.

Ci sono due strade che ci arrivano: una breve ed asfaltata che passa per Nefta, e un’altra più lunga che attravesa il chott partendo da Touzer. Senza volerlo (ma va’), finiamo su quest’ultima. La pista ha un fondo solido, solo un po’ di sabbia all’inizio ma non rappresenta un problema. Il vento ha scolpito dei curiosi blocchi nella sabbia fossile, mentre le sospensioni sono messe alla prova ogni tanto dal Tol Ondule.

Il monoammortizzare after market fa egregiamente il suo dovere: con un maggiore precarico, posso mantenere escursione anche con valige e passeggero. La regolazione del ritorno più veloce mi permette di affrontare queste onde nel terreno a 60km/h senza percepire alcuna vibrazione.

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Passiamo numerosi bivi, e costeggiamo un promontorio che usiamo per orientarci, ma della fine della pista neanche l’ombra. Senza GPS e completamente soli, in un luogo che credevamo fosse turistico, decidiamo, non senza qualche resistenza, ma saggiamente, di tornare indietro e raggiungere il villaggio attraverso la più sicura strada asfaltata.

Vaporatori che spuntano dal terreno insieme a cammelli e altri avventori del porto spaziale fanno da sfondo alle nostre foto e ci intrattengono per tutto il pomeriggio. Come un Jedi, sento la forza scorrere in me, fino a quando la moglie, sedotta dal lato oscuro, mi esorta a tornare in albergo, ponendo fine alla lotta al malvagio impero galattico.

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Con un taxi giriamo la città di Touzer, alla ricerca di un ristorante indicato da un amico che in realtà era in un’altra città. Il tassametro è spento. Chiediamo di andare in centro e pensiamo che ci spenneranno, ma la richiesta di 4 dinari, circa 2 euro, mette a tacere i nostri pregiudizi.

 Una cena tunisina inizia sempre con pane e Harissa, una specie di salsa piccante in olio d’oliva. Di solito prosegue con la zuppa speziata di pomodoro o il brik, un’involtino di pasta sottile fritto, ripieno di uovo e tonno, entrambi ghiottissimi. Infine io addento un pennutto o un ovino mentre l’erbivora un ottimo cous cous.

L’indomani ritroviamo Claudio e partiamo verso le montagne. Metaloui è al bivio per la pista che vogliamo percorrere. Lungo la strada, un simpatico fastfood in stile tunisino ci invita a fermarci per il pranzo. Mi propongono carne arrosto, ma ci vuole un po’ di coraggio, non di rado infatti, gli animali aspettano ancora vivi il loro turno di essere mangiati. L’atteggiamento vegetomaniaco antisociale della passeggiare non mi facilita l’integrazione con gli usi e costumi locali che, salvo queste scene raccapriccianti, non disdegno affatto.

Metaloui è una piccola città che dal 1900, grazie ai Francesi, è diventata un importante centro minerario. A poca distanza da qui ci sono cave di fosfati, unico motore economico della regione. I risultati truccati di un concorso di assunzione nel 2008  trasformano il malcontento dei disoccupati della zona in una violenta rivolta repressa dalla polizia che non basterà a sedarla. La maledizione dei fosfati, come chiamata in un film, sembra non essere ancora finita. Sotto la cenere covano ancora rabbia e frustrazione, nonostante la nuova campagna di assunzioni, questa gente non sembra prosperare con i 120 euro al mese che gli passa la compagnia.

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Ad ovest imbocchiamo la strada che esce dal paese e sale verso Redeyef, superando le gole del Seldja. Tra le montagne percorriamo un anello che arriva fino a Tamerza. Questo percorso è stato asfaltato in parte tre anni fa, il resto è lastricato con dei blocchi di cemento. Non ci sono fonti storiche precise sulla costruzione di questa pista, ma un una statua simboleggiante una mano che impugna fucile ci dice che siamo nel luogo in cui, probabilmente, nell’inverno del 1943 il feldmaresciallo Rommel, la volpe del deserto,  batteva in ritirata con l’esercito tedesco, dopo la vittoria al passo di Kasserine, per preparare la difesa sulla linea del Mareth. Si racconta che quell’inverno fosse particolarmente piovoso e attraversare le montagne non era facile, il fango rallentava tutti gli spostamenti. L’esercito tedesco era allo stremo, mentre gli alleati avevano appena ricevuto rinforzi e superavano di tre volte in numero i Tedeschi.

Possiamo solo immaginare quali fossero i pensieri dei soldati tedeschi in quei tragici momenti. Gli Americani, riorganizzati dopo la sconfitta a Kasserine, incalzavano da Nord, spingendo le truppe del Reich verso gli Inglesi, che arrivavano dalla Libia. Questa pista in mezzo alla montagne gli permise di raggiungere Chebica, dove una via più sicura li avrebbe portati a sud verso Medenine a rifugiarsi nei fortini che i Francesi avevano edificato per respingere gli Italiani durante l’epoca coloniale.

Amato dalle sue truppe e temuto dai nemici, Erwin Rommel era un grandissimo stratega. Aveva dato man forte agli Italiani e filo da torcere agli alleati ma, dopo la disfatta ad El Alamein, la scarsezza di rifornimenti e la miopia di Hitler lo avevano costretto in ritirata per organizzare una più sostenibile difesa. Audace e calcolatore, non hai mai avuto simpatia per il partito e la complicità nella congiura contro il Fuhrer lo avrebbero condotto alla condanna a morte, inscenata con un suicidio. Solo alla fine della vita, scrive nel suo diario, si rende conto dell’orrore della guerra e del baratro nel quale il nazismo aveva sprofondato la Germania.

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Proseguiamo per Mides. La strada è asfaltata ma molto sporca, brecciolino e buche richiedono molta attenzione, sebbene il nostro amico Claudio con il suo RT proceda spedito.

Mides è una valle profonda, scavata in qualche milione di anni dalle acque di una piccola sorgente e dalla pioggia che ha eroso la roccia sedimentaria, in cui è facilissimo trovare fossili e minerali. La città in cima al canyon fu abbandonata nel 1969 a causa delle forti piogge che distrussero mura e tetti.

Lasciamo Claudio al suo ritorno solitario e ci dirigiamo verso Kairouan, dove arriviamo nel pomeriggio.  Cerchiamo l’albergo che ci è stato suggerito e capiamo di essere nel posto giusto quando le nostre figure si riflettono sugli adesivi di club di fuoristrada che ricoprono interamente le sue porte.

 Kairouan è la quarta città santa nel mondo islamico insieme a La Mecca, Medina e Gerusalemme. Unica città araba della Tunisia, non è nata infatti da nessuna preesistente città fenicia romana o bizantina. 40 anni dopo la morte di Maometto, questa regione solitaria e inospitale fu attraversata da un esercito di conquista arabo per conto del califfo omayyde Moawiya di Damasco. Una leggenda narra che l’emiro improvvisamente fece fermare l’esercito, scese da cavallo, piantò la sua lancia nel terreno presso un pozzo, poi chiamato Bir Barouta, dicendo: “qui dobbiamo stabilire il nostro kairouan (accampamento), che fino alla fine dei tempi sarà il baluardo dell’Islam.”

Patrimonio dell’UNESCO, la medina è antica e suggestiva come solo pochi luoghi sanno essere. Il celebre pozzo che secondo la fede mussulmana è collegato con quello de La Mecca, ospita un cammello che, facendo girare una ruota, solleva l’acqua che viene data ai fedeli in cambio di una modesta offerta. Si dice che chi beve quest’acqua sia destinato a fare ritorno in questa città.

L’industria tessile e il turismo sono le principali fonti di sostentamento della provincia. Qui i tessuti vengono lavorati ancora con i telai a mano. Ci vengono mostrati i numerosi esercizi aperti sulle via della medina intenti in questo cucire e, sgranocchiando pane e dolciumi locali arriviamo alla cooperativa sociale dei tappeti. Diciamo che entrare qui con la moglie rischia di costarvi quanto l’intero viaggio, tuttavia la finezza della loro arte, raffinata in secoli di tradizione, si mostra in queste opere che ci vengono offerte a prezzi a cui nessuna donna potrà mai resistere. La cosa che mi appassiona è il fatto che la cooperativa funzioni come in Emilia da noi negli anni 50. Sentiamo discorsi tipo stipendio fisso e posto statale e ci ricordiamo un po’ dei nostri genitori. Per noi sono concetti d’altri tempi.

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Lasciamo questa città alla volta della capitale, con qualche rimpianto in più e qualche euro in meno. Una sosta dal parrucchiere restituisce il sorriso ad una zavorrina con troppe ore di casco sulla testa e siamo pronti per il viaggio di ritorno. 

La pianura che separa Kairouan da Tunisi scorre via veloce. Prima di partire ci facciamo ingrassare la catena da un giovanissimo meccanico, che non accetta di essere pagato.

Lungo la strada numerose bancarelle con taniche appoggiate indicano i contrabbandieri di benzina in cui è possibile acquistare carburanti algerini ad un terzo del prezzo di mercato.

Ci troviamo a Thysdrus, una delle piazze principali per l’olio d’oliva al tempo dei romani, famosa per il bellissimo anfiteatro, del tutto simile al Colosseo, poco più piccolo ma molto ben conservato. La rovina di questa città fu la crisi economica dovuta al crollo del prezzo dell’olio sui mercati della capitale. Il villaggio vicino di El Jem la assorbì completamente nel corso dei secoli seguenti.

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Su questa piana, da qualche parte, sappiamo esserci Zama, teatro dell’ultima gloriosa vittoria di Scipione contro l’esercito cartaginese condotto da Annibale.

Annibale all’epoca dei fatti aveva 25 anni, guidava un esercito di 36000 uomini, e già da 16 anni viveva in accampamenti militari. La sua fama di più grande generale dell’antichità era ben meritata, avendole suonate ai Romani in lungo e in largo in Europa, fino al disastro della battaglia di Canne, dove però commise il madornale errore di lasciare in vita soltanto Publio Corneio Scipione.

I Romani di allora, diversamente da oggi, tornati a casa a leccarsi le ferite, si legavano tutto al dito e aspettavano il momento propizio per presentare il conto con gli interessi.

E così accade sei anni dopo. I due generali si trovarono nuovamente a fronteggiarsi, su queste pianure, ma questa volta Scipione aveva imparato la lezione, e con la stessa manovra a tenaglia, appresa da Annibale sull’Ofanto, fece una carneficina. Cartagine cadde, ma Annibale si salvò e Roma lo inseguì per il resto della sua lunga vita.

 Arriviamo facilmente con l’autostrada a Tunisi, in tempo per visitare Cartagine, o meglio ciò che rimane dopo il tragico epilogo dell’inutile terza guerra punica. L’espansione del regno di Numidia, guidato dal re Massinissa, nei 50 anni successivi alla seconda guerra punica, non fu vista di buon occhio dai Romani, che preferirono raderla al suolo piuttosto che vederla diventare parte di un grande regno d’Africa.

 Siamo finalmente nella capitale, il pomeriggio è inoltrato e seguiamo i cartelli “center-ville” per orientarci. Lungo un grosso corso trafficato riconosciamo il ministero degli interni, circondato dal filo spinato. Guardie armate sembrano voler proteggere da una nuova rivoluzione il neo presidente al suo primo giorno di lavoro.

 Ci preoccupiamo come al solito di trovare un posto sicuro per la moto. Non conoscendo nulla e non avendo internet con noi, ci fermiamo in ogni hotel che troviamo sulla via. Alcuni sono economici e bellissimi, ma non hanno una sistemazione degna per la nostra cavalcatura, che dopo tutti questi giorni di fatiche non può perdersi l’ultima sera. Superiamo l’ambasciata francese, unica ad essere protetta oltre che col filo spinato, da soldati con armi da guerra e un carro armato. Gli oltre 3000 Foreign Fighters, oggi al soldo del terrorismo islamico, con passaporto Tunisi, fanno temere tutti gli obbiettivi sensibili della capitale. Senza allontanarci troppo dal centro, l’Africa Hotel, un lussuoso albergo, ci offre per un prezzo alto, ma accettabile, una camera con vista mozzafiato sulla città e una sicura dimora per la carrozza.

 Attraverso l’associazione nazionale famiglie emigrate ci eravamo procurati il contatto di Fabio Ghia, suo rappresentante a Tunisi, che ci invita a cena. Si tratta di un ex contrammiraglio della marina in pensione, che dopo aver compiuto il giro del mondo in barca a vela ha deciso di stabilirsi a vivere qui, dove dimora da 14 anni. Andiamo al Circolo degli Italiani, un palazzetto dedicato alla cultura nostrana, dove il cuoco leccese, scappato dalla Libia post-rivoluzione, ci prepara degli spaghetti al filetto di orata che ci riportano immediatamente ai sapori di casa.

 L’ammiraglio ci racconta della rivoluzione, costata 400 vittime tra studenti e lavoratori in cerca della dignità calpestata. Lo stesso governo che, portando scuole, elettrecittà e internet, ha reso il popolo consapevole dei suoi diritti, si vedeva accusato di averli negati per anni. Ora che le cose stanno cambiando non sembra che chi ha versato del sangue ne stia beneficiando. Parlando di integrazione tra le nostre culture si crea un momento di inevitabile ilarità quando ci racconta dei problemi avuti in una sua precedente relazione con una signora tunisina. Capiamo che i nostri modi di vivere, anche se in questo viaggio non ci sono sembrati inconciliabili, comportano delle differenze sostanziali che per essere colmate richiedono dialogo e buona volontà, quando possibile. E’ un popolo onesto e gentile, non comprendiamo a fondo queste difficoltà, ma i giornali dei giorni successivi, purtroppo sembrano confermare quanto da lui affermato.

 La temuta dogana non ci crea problemi, e saliamo sul traghetto che ci riporterà a casa. Il mare è calmo e le onde ci cullano dolcemente tutta la notte. Cerchiamo di rimettere insieme le idee, abbiamo solo sfiorato la superficie di un mondo vastissimo e il desiderio di scoprirlo è ancora più forte di quando siamo partiti. Sogno di tornare, accompagnato dagli amici enduristi e di volare sopra le piste del deserto. Mia moglie se ne accorge, ma ahimè, avendo sposato un motociclista certe cose se le aspetta!

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