Non Chiamateci Elefanti

on March 4, 2015 with 0 and 0 in category Photos, Video
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L’elefantentreffen è stata una meta a lungo desiderata. Due anni fa ci siamo conosciuti e abbiamo affrontato da perfetti estranei questo viaggio. L’esperienza ci ha resi un gruppo di amici impavidi, in grado di affrontare qualunque difficoltà. Per questo senza esitazioni lo scorso anno abbiamo vissuto le notti di Solla in tenda con entusiasmo e organizzazione. Eppure qualcosa continuava a non essere come ce la aspettavamo.

Io volevo realizzare un bel video, e a questo fine sono andato molto in giro ad intervistare e fare amicizia con tutti. I cosiddetti Elefanti, questi unni enormi barbuti ed ubriachi, vestiti di pellicce, i veri motociclisti, come ci dicevano prima di partire, sono dei burloni molesti, per lo più ubriachi. Seduti intorno ai loro fuochi, non parlano inglese, ma solo tedesco. Con una coppia olandese sono riuscito in un buffo idioma a scambiare qualche parola e ho scoperto che le loro bizzarre moto sono prototipi realizzati appositamente per il raduno, con fascicoli enormi di documentazione per comprovarne la capacità a circolare sulla strada.

La mattina seguente mi sveglio all’alba per realizzare qualche ripresa con la luce migliore. Passeggio intorno alla buca con la telecamera in mano e gli sguardi degli unni superstiti, ebbri intorno ai falò, sono come frecce che mi trafiggono. Sarebbe impossibile per me familiarizzare con loro. Non reggerei la quantità di alcol che sono capaci di ingerire e perderei la capacità di tornare a casa. Inoltre, il mio abbigliamento, “tecnico”, compresa l’antipioggia gialla marchiata BMW è profondamente antisociale in questo contesto, e contribuisce a ternermi lontano da coloro che sono l’anima di questo raduno. Mi sento un turista, ma tuttavia il viaggio e il campeggio con gli amici ha creato un clima di festa che ha reso indimenticabile questa esperienza.

Smontiamo le tende e facciamo una tappa in Austria, dove veniamo colti da una forte nevicata che ci induce a cercare riparo in una località sciistica sui monti Tauri.  20 metri di discesa ghiacciata conducono presso l’albergo che ci ospiterà per la notte. Quei fatidici metri, in cui ruzzoliamo tutti quanti, ci cambieranno profondamente.

Il caldo del camino nel ristorante dell’hotel ci conforta, mentre la neve continua a cadere sulle nostre moto fino a coprirle tutte. Lo spazzaneve si affanna per mantenere pulita la strada principale che appare sempre più sfocata via via che il tramonto lascia il posto alla luna. La notte scende e la temperatura si abbassa. La decisione è unanime, il prossimo anno niente Elefante.

Io veramente intendevo dire niente esperienze invernali, ma i miei amici avevano inteso di organizzare qualcosa di alternativo, e così è stato.

E’ il 29 Gennaio 2015, nevica sul Brennero, l’autostrada austriaca è chiusa e con i due compagni superstiti dallo scorso anno stiamo attraversando il passo per raggiungere Innsbruk. Il quarto, dopo aver forato due giorni consecutivi, sconfitto dalla sorte, ha deciso di rinunciare all’impresa.

Viaggiare in moto in queste condizioni pone due problematiche fondamentali: il freddo e la visibilità.

La temperatura è intorno ai -3°, sappiamo che alla nostra meta ce ne saranno molti meno. La velocità acuisce la sensazione di gelo. E’ fondamentale non avere alcuno spiffero. Ognuno di noi ha adottato soluzioni diverse. Caronte, su GS1200, l’organizzatore del giro, conferma la fama di BMWista spendaccione sfoggiando il suo intimo riscaldato clan, con il quale sostiene di non avere problemi. Uaz, KTM duro e puro, si ripara con sacchi neri tipo immondizia. Vergognoso portarlo con noi, eppure il suo metodo si è rivelato efficace. Io, confidando nei consigli di amici e forum, tra Decahtlon e Spidi me la sono cavata egregiamente, fatta eccezione per i piedi che pareva poggiassero su un portaspilli: una vera tortura.

Il Brennero è dietro di noi, e la valle di Innsbruk ci regala un insperato tepore. Peccato che durerà poco. Gli imprevisti della mattina ci hanno costretto a qualche ora di ritardo e siamo costretti ad affrettare il passo se non vogliamo che la notte con il suo gelo ci sorprenda a metà strada.

Il viaggio con  questi climi dimostra l’efficacia aereodinamica del parabrezza. Deflettere la neve dalla visiera diventa determinante per mantenere una velocità media accettabile. Un parabrezza basso costringe a utilizzare continuamente la mano sinistra per ripulire il casco. Inoltre, una revisione al pin-lock prima di partire risparmia da estenuanti soste per eliminare la foschia sulla visiera. Ovviamente, io non avevo fatto nessuna delle due cose. Soste e freddo non spazientiscono i miei compagni, che assistono ai miei inutili tentativi di avere la meglio contro la termodinamica.

 

La statale 171 costeggia il fiume Inn che seguiamo fino a Zillertal quando inizia la salita per Gerlos. Gli abeti imbiancati sfilano dietro mentre la strada diventa sempre più sporca. La moto sale senza slittare ma i piedi a terra aiutano a mantenere l’equilibrio. Caronte sul GS accosta e io lo seguo. Lo sterzo, che mi si chiude bruscamente, ci dice che è arrivato il momento di armare le ruote e vedere cosa succede.

 

Io avevo acquistato delle catene per il primo elefante, come gli altri due avevano fatto con i chiodi. Nessuno di noi aveva mai avuto necessità di usarle, pertanto eravamo tesi ed emozionati come lo si è ad un primo appuntamento.

L’operazione suscita la curiosità dei passanti che vogliono conoscerci e farsi fotografare con noi. L’autista della corriera che porta gli sciatori dagli alberghi alle piste si gode tutte le fasi del montaggio non fancedoci mai mancare il suo sostegno ad ogni passaggio. E intanto i nostri fan aumentano. Impieghiamo circa 15 minuti per attaccare con l’avvitatore 200 chiodi su due gomme, un po’ meno per le catene.

Sono avanti io, che ho finito  prima e voglio controllare di aver fatto il mio lavoro adeguatamente.

E’ notevole la sensazione di sicurezza che le catene trasmettono sulla neve battuta. Sebbene le macchine con le termiche continuino a sfrecciarmi vicino, procedo con sicurezza lungo la strada gelata. I miei compagni mi raggiungono e mi superano, segno della superiore sicurezza conferita dai chiodi. In realtà, ero rallentato soprattutto dall’assordante e insopportabile rumore delle catene sul parafango. Avevo l’impressione che ad ogni istante potesse spaccarsi e non riuscivo a tollerare questo trapano acustico che a 40km/h mi faceva esplodere la testa. Una breve sosta per cercarne la causa fornisce l’occasione a due simpatiche ragazze di farsi una foto con me. Naturalmente non mi tiro indietro ma faccio del mio meglio per pavoneggiarmi con loro. A quanto pare neanche per gli Austriaci è tanto normale andare a sciare con il bicilindrico. L’interruzione femminile fa perdere di ogni credibilità al mio disturbo sonoro, e quando i miei compagni tornano indietro a cercarmi devo sopportare il frastuono ad oltranza.

La strada ghiacciata scende a valle. La discesa è ripida e molto innevata. Chiodi e catene fanno il loro dovere. Non è possibile mantenermi  a una velocità di sicurezza con il solo freno motore, sono costretto ad aiutarmi con i freni e talvolta a spegnere la moto e usare l’inerzia della frizione. Le catene però non mi hanno mai dato la sensazione di non avere controllo del mezzo.

Scesi a valle la neve è sparita. Mancano 20km di asfalto pulito fino a Uttendorf dove ricominceremo a salire. Decido di tenere su le catene, e mentre gli amici con i chiodi procedono decentemente sui 50 km/h per me questa velocità è proibitiva. L’anteriore sbanda e il suono è assordante. Rallento provocando un ulteriore inutile ritardo.

Raggiungiamo Uttendorf quando sta calando il sole e prendiamo la strada che si addentra nella valle e risale il corso di un fiume verso Enzingerboden. Vediamo rapidamente il termometro scendere a -16, siamo nervosi ma non percepiamo alcuna sensazione eccetto quelle che le forcelle ci trasmettono.

Undici tornanti ghiacciati ci separano dalla nostra destinazione finale. La luce dei fari inizia a riflettersi sulla strada, e le prime stelle luccicano tra gli alberi che ci circondano.

Ho sentito dire nei giorni seguenti che era uno spasso salire su quella strada. Beh non è vero. Andavamo piano e le curve sul ghiaccio vanno affrontate con prudenza. Credo che sia stato più il panorama ad incantarci che non la guida. La neve attutisce i rumori nella valle e ormai con il buio arriviamo in albergo in tempo per la cena.

Un giorno di riposo, ruzzoloni sulle pista da sci e una luculliana cena ci preparano al viaggio di ritorno, che consacrerà la nostra amicizia.

La promessa per il prossimo anno è di organizzarci in Italia, e il mio pensiero va subito all’Abruzzo.

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