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Cosa si trova nei Balcani occidentali. Parte 1.

1993.

Io ero al liceo. C’erano i compiti e i professori, mamma e papà, gli scioperi e le autogestioni, la pizza e le VHS. C’erano i nonni e mio cugino. Beverly hills 90210, il motorino, l’apparecchio per i denti e la musica, quella musica che ti prende e ti coinvolge come sa fare solo quando hai 16 anni. Era il 1993 quando uscì Zooropa degli U2 ed era sempre il 1993 quando scoppiò la guerra in Bosnia, di cui ho ricordi sbiaditi di immagini al telegiornale, di palazzi in fiamme e  immigrati con i gommoni dall’Albania.

Oggi, 20 anni dopo la sua fine, penso possa essere interessante attraversare i Balcani dalla Macedonia alla Slovenia per scoprire cosa resta della pace firmata 20 anni fa. Questo è il racconto di quello che ho visto e capito.

Io e mia moglie decidiamo di partire con il traghetto da Bari, sbarchiamo a Durazzo in Albania. Attraversiamo questo paese tutto di un fiato passando per la capitale, Tirana, dove mi propone di tirare dritti in quanto non esercitava alcuna attrattiva per noi. Arriviamo nel primo pomeriggio al confine con la Macedonia, non ci sono autostrade ma ci fidiamo del navigatore e del via vai di pullman che non ci lascia soli.

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In Macedonia.

La Macedonia ci accoglie con un violento temporale estivo. Un doganiere ci risponde in italiano, ci racconta di essere un Albanese di Macedonia, di far parte di una comunità di circa 6000 Albanesi che abitano da questo lato del confine. Ha vissuto molti anni in Italia e ci augura buon viaggio. La vista dell’Albanese in divisa lascia pensare che i problemi etnici che portarono agli scontri armati nel 2001 siano stati risolti. Noi proseguiamo per la località di Ohrid che sorge sull’omonimo lago.

La Macedonia si è resa indipendente dalla Jugoslavia nel 1991 con un referendum popolare. Non ci sono stati scontri armati ed è stata l’unica delle repubbliche della ex-Jugoslavia ad avere una transizione pacifica verso la democrazia. Questo però non significa che non ci fossero problemi etnici al suo interno. La comunità albanese ha sempre lamentato forti disuguaglianze, chiedeva maggiori diritti, lavoro e l’istruzione per i propri figli. Nel 2001, con l’aiuto delle forze armate provenienti dal Kosovo, gli Albanesi dell’UCK hanno iniziato ad occupare i villagi sul confine. Gli scontri sono proseguiti per circa un anno, fino agli accordi di pace firmati proprio ad Ohrid, la cittadina che stiamo per visitare. In effetti la firma degli accordi non bastò. Fu necessario un intervento militare in Agosto, quando la NATO mandò circa 3500 uomini con l’operazione (Essential Harvest = raccolto essenziale) per sgominare definitamente l’esercito di liberazione (NLA).

Ohrid è una località turistica, patrimonio dell’Unesco. E’ considerata la Gerusalemme slava per la quantità di chiese, moschee e templi che sono presenti. Bar, negozi e alberghi per tutte le tasche circondano il lungo lago dove vengono a villeggiare alcuni tra i più benestanti cittadini delle nazioni vicine. Il ceto sociale è evidente dalla cilindrata delle automobili. Non è raro incontrare motociclisti qui, sono pochi ma quelli che ci arrivano sono molto socevoli.

Non ci sono difficoltà né per dormire né per mangiare, il popolo è cordiale e tra i negozi è possibile acquistare capi di abbigliamento e le famose perle di Ohrid. Sono ricavate da una conchiglia proveniente dall’Indonesia e dipinte con le squame di un pesce che vive nel lago. Queste perle hanno fatto girare la testa delle nobili dame di tutta Europa per secoli ed oggi è possibile acquistarle per alcune centinaia di euro.

La Macedonia entra nei libri di storia come patria del glorioso Alessandro Magno che ha conquistato i Balcani e sconfitto l’impero persiano di Dario I, sciolto il nodo gordiano ed esteso l’impero macedone fino a Gaza. Si racconta anche che abbia spiccato il volo su due grifoni in una località vicina al mar rosso come rappresentato nella basilica di San Marco a Venezia. Passato questo periodo però i macedoni non se la sono più passata molto bene: sono stati sconfitti in momenti alterni da Romani, Bulgari, Serbi e Ottomani fino a quando non sono entrati a far parte della Jugoslavia di Tito. Sembra proprio che questa indipendenza sia la loro occasione per riscattarsi da secoli di sottomissione.

 

La strada tra Ohrid e Skopje non è il massimo. Attenzione ai lavori in corso spesso invisibili e al brecciolino sulle strade. La prudenza non basta mai. L’autostrada presenta un eccesso di zelo nel recente ammodernamento. E’ necessario infatti pagare il pedaggio di 20 centesimi ogni 30km. Cosa che ci ha costretti a fare i 200km che ci separavano da Skopje in oltre 4 ore.

 

Skopje è il fiore all’occhiello della Macedonia. La capitale rimessa a nuovo nel 2014 ricorda l’Acropoli di Atene disegnata dalla Disney per Ercules. Colonne doriche altissime e colorate circondano statue posticce, mentre fontane e musica creano un’atmosfera turistica intorno ai ristoranti di tutte le etnie tranne quella macedone. Mentre mangiamo cuicina tipica scozzese su un veliero dei pirati dei caraibi cementato al fiume, ci rassegnamo all’idea che non è ancora il momento della rivincita. Ci riproveranno. Storia e cultura non mancano.

Kosovo.

Lasciamo Skopje per entrare in Kosovo. Le montagne non sono molto lontane e immaginiamo che il confine sia di lì a poco. Passati i rilievi troviamo infatti il posto di blocco. Ci viene chiesto di rifare la carta verde e per 10 Euro acquistiamo direttamente alla dogana il permesso di circolare nello stato di nessuno, dove il governo delle nazioni unite difende le etnie e forse anche qualcos’altro.

Pristina, la capitale, non è lontana.  Un cantiere dopo l’altro, macchine blindate, Land Cruiser delle nazioni unite e Land Rover dei carabinieri Italiani ci fanno capire che qui le cose non sono come credevamo.

 

Il rilanciato nazionalismo albanese aveva fornito il coraggio necessario ai militanti dell’UCK di reclamare l’indipendenza dalla Serbia nel 1999. La risposta di questi ultimi non si è fatta aspettare e i paramilitari serbi uccisero più di 13000 Kosovari fino a quanto la NATO dopo due anni di bomboardamenti aerei con uranio impoverito è riuscita a far cessare le ostilità. La riconoscenza di questo popolo alla NATO è incredibile. Basti pensare che sono censiti molti ragazzi tra i 10 e i 16 anni chiamati “tonibler”.

 

Anche se la pace è stata siglata 6 anni fa e qui si dice siano finiti i 10 anni di conflitti e massacri perpretati dai Serbi in queste regioni, la percezione di qualcosa di anormale è evidente. Un tizio che incontriamo ci invita a salire sul marciapiade con la moto: “ siete in Kosovo, qui potete fare quello che volete”. Non ho mai visto uno stato democratico con una presenza così marcata di militari stranieri. Sfreccia una Lamborghini mentre parliamo ed è difficile pensare che qui qualcuno si stia arricchendo e che quel qualcuno sia Kosovaro. Ma non so.

Oggi a Pristina campeggia un monumento: New born, neonato, inaugurato nel 2008 per celebrare la dichiarazione unilaterale di indipendenza dalla Serbia, non riconosciuta da molti stati e neanche da google maps.

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Serbia

Per  molti km di Kosovo campeggiavano solo bandiere a strisce serbe. Ho avuto a lungo il dubbio su dove ci trovassimo fino al punto di accostare per chiedere ad una signora in quale stato fossimo. Kosovo fù la conferma, ma le persone sono serbe e reclamano quel territorio come proprio. ll governo serbo non ha riconosciuto l’indipendenza di questo stato e credo che una bandiera ad ogni palo della luce sia abbastanza eloquente.

In questa fase del viaggio entriamo in Serbia dalle montagne e pensiamo di passare una notte qui, per poi tornare a Belgrado successivamente.

C’è un villaggio che è un pochino distante ma pare ne valga la pena: Kusturendorf. E’ il set del film “La vita è un miracolo” di Emir Kusturica del 2004, costruito sulla vecchia ferrovia dei primi del 900 che collegava Sarajevo con Belgrado.

La raggiungiamo in serata. Troviamo posto nell’hotel della ferrovia e rimandiamo al giorno dopo la visita.

Emir Kusturica è un regista yugoslavo nato in Bosnia da una famiglia musulmana e naturalizzato serbo. E’ un talento graffiante del cinema contemporaneo. Ha sempre sfidato apertamente il potere ultranazionalista arrivando a sfidare pubblicamente a duello nel 1999 Vojislav Šešelj, presidente del Partito Radicale Serbo, uno di coloro che hanno ordinato gli stermini dei Bosniaci e kosovari. Nel film girato qui racconta dell’amore tra un ingegnere serbo ed un’infermiera bosniaca nel contesto surreale della guerra.

Il giro turistico sul trenino fa tornare bambini e a chi ha visto il film ricorda gli episodi grotteschi della guerra e di questo sfortunato amore. Qui Emir Kusturica vive ed organizza seminari e spettacoli. Per la costruzione di questo villaggio ha anche ricevuto un premio nel 2005. Mangiamo al ristorante di Mecavnik, dove sono colpito dal fatto che non servano CocaCola, ma mi consolo con il gulash e Ćevapčići che sono ottimi.

Ci alziamo con dispiacere dal tavolo, la tabella di marcia ci impone di prepararci per i 100 km che ci separano da Sarajevo.

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Bosnia

Il confine con la Bosnia è vicinissimo. Passiamo senza problemi. La prima impressione è di arretratezza e povertà. Un camion a 40 km/h ci accompagna per i km che mancano e sembra interminabile la strada che serpeggia tra le montagne. Improvvisamente la montagna si spacca squarciata da un fiume enorme. Gole e valli invase dall’acqua si susseguono tra una curva ed un’altra. Il paesaggio è tra i più incantevoli che abbia mai visto. E’ veramente difficile rimanere concentrati sulla strada quando una tale bellezza si palesa dietro ogni piega. Accosto numerose volte per fermarmi a respirare l’aria del fiume e guardare la montagna che si getta a picco in queste acque placide.

Arriviamo a Sarajevo di sera, in tempo per trovare un posto dove dormire.

Usciamo per una cena frugale e troviamo migliaglia di ragazzi e ragazze  che trasformano l’atmosfera serale di Sarajevo in una allegro festival di strada.

 

Mi ha sempre affascinato questa città. Gli storici considerano questo posto come il luogo dove il 900 è realmente iniziato.  La pistola di un giovane serbo, che colpì a morte l’arciduca Francesco Ferdinando, diede il giusto pretesto all’impero tedesco per dare inizio alle ostilità. L’animosità tra i popoli fece il resto, 20 milioni di morti. A quel punto con l’Europa in cenere sembrò geniale ai regnanti del tempo fondere etnie e province dei Balcani per far nascere un unico grande stato: la Jugoslavia.  Neanche 25 anni dopo, tra crisi economica e nazionalismi crescenti, il partito Nazista convince i Tedeschi a riprovarci con le conseguenze che purtroppo ci sono note.

La guerra fredda immobilizza l’Europa in un gioco delle parti in cui non ci possono essere vincitori nè vinti. Sotto la guida del maresciallo Tito, la Jugoslavia conosce un periodo di forte unità nazionale accomunandosi nell’idea  di antifascismo e socialismo. Tito muore nell’80, quando i sentimenti nazionalistici già stavano portando alla luce i nuovi partiti e nuovi politici rampanti. La caduta del muro nell’89 causa lo scioglimento dell’impero sovietico, e le repubbliche jugoslave tentano di seguire la stessa sorte.

Slobodan Milošević, presidente della Serbia e del partito socialista, ha in mente di realizzare una grande “repubblica dei Serbi” e di annettere i territori vicini di Croazia e Bosnia.  Con i Croati trova piuttosto che degli avversari dei facili alleati e dopo qualche scaramuccia rivolgono la loro attenzione sulla Bosnia. Il genocidio programmato e organizzato ai danni dei civili musulmani di quell’area procede anche grazie all’aiuto di civili e truppe paramilitari.

Documenti portati agli atti dal tribunale speciale dell’Aja provano le crudeltà e le torture messe in pratica dalla popolazione serba, armata del grosso dell’esercito jugoslavo, nei confronti di civili inermi. Per piegare ogni velleità di indipendenza, dal 1992 al 1996, la città di Sarajevo venne assediata con cecchini pronti a sparare dalle montagne e il suo parlamento dato alle fiamme.

In questo contesto Nazioni Unite e Stati uniti ritardano molto il loro intervento e in molti casi lasciano che il genocidio avvenga, come il 6 Luglio 1995, quando a Srebrenica 600 caschi blu olandesi (400 secondo i Bosniaci) rimangono a guardare mentre l’esercito serbo allontana, stermina e tortura 10000 persone, smembrando e nascondendo i corpi in oltre 213 siti intorno al villaggio. Genocidi come questo si sono ripetuti con frequenza mentre lo stesso Clinton, informato dalla CIA, parlava della pace con Milosevic a Belgrado.

La guerra finisce solo quando l’intervento militare aereo, da basi italiane della NATO, piega ogni resistenza serba.

I segni di queste ferite sono ovunque, sebbene la città sia stata quasi completamente ricostruita come era prima.

Visitiamo il museo che ci racconta del massacro di Srebrenica nella piazza del duomo e siamo sconvolti oltre che dalle atrocità commesse contro questo popolo a cui ci siamo già affezzionati dal fatto che molti dei criminali autori di questo massacro siano attualmente liberi, ed uno di questi sia addirittura un cantante a Belgrado (http://www.balkaninsight.com/en/article/belgrade-dj-investigated-for-war-crimes).

 

In Bosnia la guerra non è affatto passata. Soltanto 15 anni fa i loro ex compagni, ex poliziotti, ex presidi si sono trasformati, attraverso la persuasione paramilitare, in mostri assassini ed oggi viene chiesto ai sopravvisuti dei campi di concentramento di tornare a vivere con i loro vicini di casa. Le comunità oggi sono più divise di prima, come Mostar, dove il ponte che un tempo univa le due sponde oggi è diventato il simbolo della separazione tra Serbi e Musulmani.

 

Conosciamo un ragazzo che vive in una delle case che sono ancora delle macerie nella periferia di Sarajevo. Ci racconta una storia, vera o no, è una storia di guerra come tante che saranno accadute qui. Lui era un bambino quando suo padre morì sotto le bombe e la madre è caduta 10 anni fa da una scala di questo fatiscente palazzo. Non perde la fiducia nel futuro. Guadagna 15 euro al giorno facendo l’autista di pullman credo, sua moglie è musulmana e hanno due figli.

Tra muri forati di pallottole e macerie di un’Europa che chiude il 900 come lo ha iniziato, diventiamo consapevoli quanto i nostri concittadini di 100 anni fa che non può esistere un’Europa unita senza i Balcani.

Mi chiedo come sia possibile trasformare una persona “normale”  in uno spietato criminale, e mi torna in mente il lavoro del sociologo Milgram, “L’obbedianza all’autorità”, che ispirato dal processo di Norimberga ha studiato scientificamente il fenomeno della “banalità del male”.

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La scomparsa di un senso di responsabilità è la conseguenza più vasta di sottomissione all’autorità.

La gente comune, semplicemente facendo il suo lavoro, e senza alcuna ostilità particolare da parte loro, può  diventare agente in un processo distruttivo terribile. Inoltre, anche quando gli effetti distruttivi del suo lavoro diventano palesemente chiari, e viene chiesto di compiere azioni incompatibili con le norme fondamentali della morale, relativamente poche persone hanno le risorse necessarie per resistere all’autorità.

Può essere che siamo burattini controllati dai fili della società. Ma almeno siamo burattini con la percezione, con consapevolezza. E forse la nostra consapevolezza è il primo passo per la nostra liberazione.Stanley Milgram

E’ un nuvo giorno. Lasciamo Sarajevo per spingerci all’interno della Bosnia ma la moto si spegne in periferia. Un problema elettrico interrompe il nostro viaggio, che continueremo un’altra volta. E speriamo di trovare una storia più bella da raccontare.

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